sabato, maggio 25

A scuola di flessibilità

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Lavoro precario è un termine molto usato ai giorni nostri, con accezione perlopiù negativa e, come tutti sanno, riguarda la difficoltà nel poter contare, da parte di molti lavoratori, su un lavoro continuativo, a tempo indeterminato; le uniche possibilità che vengono loro offerte sono invece  lavori precari, saltuari, a tempo determinato.

La politica si avviluppa attorno a questo concetto, lo fa proprio, lo usa come argomento propagandistico, lo sbandiera come piaga sociale da combattere o condizione da cancellare.

Ma il lavoro precario non sta evolvendo verso una condizione più stabile, anzi, da un certo punto di vista, va nella direzione opposta.

In questo contesto non ci interessa analizzare la questione dal punto di vista politico, ne sociale, ma proporre una definizione attuale, moderna, dinamica e soddisfacente della professione di Temporary Manager e della sua solo apparente precarietà.

Certo, qualcuno potrebbe opporsi a questa definizione: “ma come osate, dare l’aggettivo di precario a un Temporary Manager?”

Vogliamo chiamarlo manager interinale, manager in affitto, manager flessibile, libero professionista, manager on-off? 

Se alla fine, amiamo la sintesi e la praticità, anche precario non è da escludere come uno dei possibili aggettivi associabili al Temporary Manager ma con dei distinguo.

Nelle aziende in cui svolgiamo la nostra attività l’immagine del Temporary Manager è considerata tutt’altro che precaria, anzi; solitamente emana attorno a se un certo fascino, sia per gli Imprenditori sia per i colleghi permanent, tenuto conto che per status, esperienza pregressa e dinamismo intellettuale, “conditio sine qua non” per essere riconoscibili nel ruolo, è visto come un professionista vero e credibile, che ben incarna una persona realizzata, quasi un esempio virtuoso da seguire.

Se poi andiamo a valutare la precarietà del lavoro a livello globale, si scopre che la precarietà è solo il primo passo verso un futuro in cui il lavoro dovrà essere per forza di cose reinterpretato. 

Quindi probabilmente la condizione di precarietà sarà per un certo periodo sempre più diffusa nel mondo del lavoro.

Come sarà il lavoro tra vent’anni lo vedremo; per ora rimaniamo nel presente.

Manager libero professionista

Allora, precario è aggettivo buono o cattivo, per un Temporary Manager?

Rivendichiamo qui la definizione di Manager Libero Professionista, quale definizione alternativa accettabile e congrua per definire questa professione.

Ma perché tutta questa attenzione alla definizione?

Semplice, tranne alcuni singoli casi, piuttosto rari (di cui parleremo più avanti), il temporary management, come scelta di vita “professionale”, perlomeno in Italia, nasce da una battuta d’arresto, da un momento di crisi dovuto, in massima parte, dall’essere stati costretti a uscire da un’azienda, in posizione di top manager, per ragioni legate a divergenze di vedute, per crisi aziendale, per cessione o chiusura dell’impresa, per raggiunti limiti di età, ecc.; una condizione dunque piuttosto drammatica.

Molti manager usciti dal mondo del lavoro permanent si autodefiniscono dunque “impropriamente” Temporary Manager, secondo il nostro parere, basta andare su LinkedIn.

Lo fanno perché suona bene, fa figo, ed è un modo diverso per dire “continuo a fare il manager consulente finché non trovo di meglio.”

Leading Network, bisogna darne atto, sta dando una grande mano a questa professione per essere riconosciuta e validata, offrendo al mercato dei seri professionisti del temporary management.

Ma torniamo alla “drammaticità” della condizione originale da cui nasce, per molti, la decisione di proporsi come manager libero professionista.

Alcuni addirittura potrebbero considerare l’uscita dalle aziende in cui erano top manager alla stregua di una sconfitta ma poiché dietro una crisi si nasconde sempre un’opportunità, non ci soffermeremo a considerare stati psicologici troppo negativi.

Ma si tratta di precarietà, flessibilità o lungimiranza?

Da un certo punto di vista non importa. Molto dipende da quanto soddisfacente sia, dal punto di vista economico e professionale, la condizione di Temporary Manager.

Troveremo dunque sulla nostra strada persone che ci considereranno precari, soprattutto le persone più vicine a noi, quelle che ci hanno conosciuti quando eravamo top manager permanent, e che magari sarebbero (loro) molto felici di vederci ancora ricoprire tali incarichi; troveremo persone che vedranno in noi un esempio da seguire, un modello professionale moderno, dinamico, lungimirante.

Ne vedremo, insomma, di tutti i tipi, ma quello che conta è come noi sappiamo di essere veramente, rispetto alla professione di Temporary Manager.

Prima dicevamo che esistono professionisti con un profilo di Temporary Manager molto strutturato, determinato, di successo.

Al loro interno vanno distinti coloro i quali hanno scelto questa professione non perché si sono trovati a gestire un difficile passaggio di carriera, ma per scelta, per indole, e altri (la maggioranza) che hanno raggiunto stabilmente lo status di Temporary Manager solo dopo una lunga carriera da dirigenti, ma che si ritrovano egregiamente in essa, e che mai e poi mai vorrebbero tornare indietro.

Comunque tra Temporary Manager “nativi” e Temporary Manager “aggiunti”, ai fini della scelta finale del cliente – committente, questo distinguo è assolutamente irrilevante, mentre rileva nella costanza e determinazione che un Temporary Manager garantisce alla propria nuova professione, nel rimanere concentrato sui propri obiettivi professionali.

In altre parole, difficile per un Temporary Manager professionista rimanere nel mezzo del guado, psicologicamente parlando.

Facciamo ora un paragone con la professione del mio amico Carlo.

Carlo è un Odontoiatra, che a suo tempo, trent’anni fa, ha fatto una scelta professionale per allora atipica: si è specializzato in Ortodonzia, ma non ha aperto un proprio studio di Ortodontista, bensì si è proposto come Ortodontista a diversi studi di colleghi, i cosiddetti Dentisti, come Consulente.

Lui va ogni giorno in uno studio diverso, a volte due studi al giorno e svolge la sua attività sui giovani clienti del collega Dentista; i proventi sono divisi con il collega titolare dello studio, che si trattiene una buona parte, ma è normale, Carlo ha solo i costi dell’auto, dei materiali di consumo e della benzina; il suo lavoro, a quanto pare, è ampiamente ripagato.

Carlo è un Ortodontista Libero Professionista, e noi qui stiamo parlando di un Manager Libero Professionista; mi sembra un paragone onesto.

Ma quindi, perché troviamo più difficile, per quanto attiene impegno e continuità, proporsi come Manager Libero Professionista rispetto a quello che fa Carlo? Eppure entrambi esprimiamo una professionalità precisa e utile ai potenziali clienti, non obsoleta, insomma.

Quali sono le differenze?

  • Posizionamento dell’offerta?
  • Chiarezza del ruolo?
  • Profilo dell’utente?
  • Esperienze pregresse?
  • Credibilità?
  • Immagine?
  • Contesto – mercato?
  • B2C contro B2B?
  • Modalità di ricerca della clientela?

Alla fine, bisogna riconoscere che la scelta del mio amico Carlo è stata smart e molto possiamo imparare dalla sua tecnica.

Analizziamo ora gli elementi sopra elencati, alla ricerca di riscontri oggettivi.

Tra tutti quelli elencati, i più interessanti sono sicuramente: chiarezza del ruolo, profilo dell’utente, esperienze pregresse, credibilità.

Chiarezza del ruolo

Odontoiatra, specialista in Ortodonzia, non lascia dubbi di interpretazione; se ho bisogno di farmi sistemare la dentizione perché non è allineata, quello è il professionista che fa per me; mi farà una prima visita, mi sottoporrà un preventivo e poi, se la cosa mi sembra utile e il professionista mi ispira fiducia, inizierò la cura.

In più l’Ortodontista è presentato da un Dentista di fiducia, già conosciuto.

Per il manager libero professionista non è la stessa cosa; lo scenario è decisamente più complesso.

Quale manager, con quale specializzazione? Ha già lavorato su casi come il mio? Ma il commercialista cosa dice? 

Insomma, il futuro committente/cliente può affrontare il problema in più modi, tutti potenzialmente validi, ma scegliere a chi votarsi non è semplice.

Rispetto al cliente di Carlo, che è ignaro della materia, il cliente del manager sicuramente qualche idea sul suo mercato ce l’ha.

Questa differenza evidenzia, senza bisogno di analizzarla oltre, la diversità di profilo del fruitore dell’intervento, decisamente più favorevole a Carlo.

Esperienze pregresse

Onestamente anche in Ortodonzia credo che i clienti si pongano la domanda “ma in che mani sto mettendo mio figlio?”

Anche in questo caso Carlo è facilitato; gli esempi viventi della sua capacità sono lì, in sala d’attesa, e puoi addirittura vedere tutte la fasi della “lavorazione”; poi i ragazzi si parlano tra loro, e il gioco è fatto.

Comunque, almeno il punto di partenza è lo stesso; il potenziale committente del temporary management si chiederà: “ma in che mani sto mettendo la mia azienda?”

In effetti la questione delle referenze, dell’esperienza (case study), della competenza del Temporary Manager è fondamentale.

Aggiungerei, tra le esperienze pregresse, anche i timori riguardanti altre precedenti esperienze negative con professionisti simili; anche in questo caso il paragone regge.

Cambiare professionista, se l’esperienza precedente è stata negativa, dovrebbe comunque essere un vantaggio in entrambi i casi.

Credibilità

La credibilità si conquista coi risultati.

Più facile per l’Ortodontista, perché il suo intervento è quasi una routine, più difficile per il Temporary Manager, a causa di tutte le variabili in gioco.

Ecco perché cominciare con un check-up completo dell’azienda e, se possibile, far entrare in missione un team di Temporary Manager, sono sicuramente due elementi che garantiscono un miglior grado di successo delle missioni. 

Alla fine si capisce perché il mio amico Carlo è soddisfatto della sua professione. Lo dicevo che è un tipo smart!

L’importanza di fare altro nella vita

Tutti i manager liberi professionisti, per trovare profittevole e piacevole la professione, dovrebbero dotarsi di attività compatibili ma alternative a quella di Temporary, a condizione che siano minimamente profittevoli e che godano di una certa flessibilità.

Docenza, volontariato, arte, sport, attività imprenditoriali, gestione di attività familiari, ecc.

Fare il Temporary Manager, sebbene sia una professione bellissima, comporta inevitabilmente un flusso di entrate economiche variabili, sia perché variabili possono essere i compensi, o le missioni part time, sia (e soprattutto) perché le missioni di temporary management non sono eterne, hanno un inizio e dopo un certo numero di mesi, finiscono.

Difficile immaginare una tale ricchezza di network personale, o di attività di scouting che renda possibile una gestione ideale delle missioni; è molto più verosimile pensare che siano le missioni a scandire la nostra attività, e non il contrario.

Ecco che un’attività complementare, remunerativa, part time, può aiutare a compensare i momenti di calo dell’attività principale.

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About Author

Alberto Sgheiz

Consolidata esperienza di executive manager in area commerciale e marketing per multinazionali del largo consumo (Hitachi, Philips, LG Electronics) e per un’importante insegna Retail (Euronics).
 Ruoli di Direttore Vendite, Commerciale, Marketing e Comunicazione.
 Esperto di comunicazione sui temi della sostenibilità ambientale, responsabilità sociale d’impresa e digital marketing; ha proseguito la propria esperienza manageriale come Temporary Manager, seguendo numerose missioni presso PMI italiane e straniere in area Commerciale/Marketing. Affiancamento e supporto alla proprietà per lo sviluppo di nuovi mercati, consolidamento delle attività in corso, contatti con nuovi mercati/clienti, corporate image, attività di ristrutturazione/riorganizzazione aziendale. Associato a Leading Nertwork, con ruoli istituzionali di membro del Consiglio Direttivo e responsabile sviluppo Area Lombardia.