sabato, maggio 25

Industria 4.0 e Società: l’evoluzione tecnologica è una opportunità o una minaccia? – Parte 3

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L’ineguaglianza, ovvero Tanto per molti ma… non per tutti 

Nell’era dell’abbondanza, si sono acuite le differenze.

Non tutte le risorse sono disponibili a tutti e la differenza tra chi ne accede e chi no, rischia di aumentare.

E anche nelle economie avanzate si osservano preoccupanti fenomeni.

Nel diagramma qui sotto, elaborato dalla Banca Mondiale, si evince che oltre il 50% della popolazione mondiale non ha accesso alle connessioni internet, non solo a quelle veloci.

Ma ciò che è ancora più interessante, è notare che la carenza di accesso non è relegata in aree geografiche o di sviluppo ancora limitato, ma è ancora largamente presente anche nelle economie avanzate, quali quella europea e americana (quasi 51 milioni di cittadini USA non hanno accesso a Internet).

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A livello macroeconomico, anche nelle economie avanzate, si osservano fenomeni che devono indurre a importanti riflessioni.

Esaminando l’andamento del livello di occupazione in relazione al PIL degli USA, negli anni si evidenzia un fenomeno che non si era mai osservato prima: il livello occupazionale a partire dalla crisi economica recente, del 2008, non segue più l’andamento del PIL.

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Ovvero, mentre il prodotto interno lordo è ritornato ormai a livelli pre-crisi, il livello occupazionale non ha seguito lo stesso trend. 

Mancano oltre 5 milioni di posti di lavoro e per alcune analisi anche di più.

Il fenomeno è iniziato già in passato, a cavallo degli anni 2000, con l’incremento del livello di automazione nei processi produttivi e dei servizi e si è acuito nel periodo post-crisi, quando le condizioni economiche generali non hanno più consentito alle aziende l’impiego di mansioni non più necessarie.

Il fenomeno ha portato alla parziale esclusione di lavoratori prevalentemente operativi, appartenenti alle fasce sociali più deboli, a favore di persone con livelli di educazione e competenze più elevate.

Le stime oggi (Studio Mc Kinsey del 2015) indicano che almeno il 10% dei posti di lavoro può essere immediatamente sostituito dall’automazione, se solo le imprese lo volessero, e che almeno il 45% dei posti di lavoro potrebbero essere automatizzati a fronte di variazione degli assetti produttivi. 

Nelle 5 nazioni più sviluppate in Europa (Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Spagna), ben 34 milioni di posti di lavoro sono sensibili alla sostituzione con sistemi automatizzati.

Foxconn (azienda cinese che assembla tra l’altro i prodotti Apple), ha attivato un piano per l’inserimento in varie attività di circa 1.000.000 di robot. 

A oggi ne risultano utilizzati oltre 700.000. 

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L’incremento di efficienza dei processi produttivi, ha portato a toccare quella che già Maynard Keynes chiamava pericolo di Disoccupazione Tecnologica. 

Senza cadere in tentazioni di Luddismo, è importante analizzare gli effetti prodotti da tali fenomeni, quali: 

  • Diminuzione dei salari medi, a fronte di eccedenza di mano d’opera rispetto alla domanda
  • Differenza dei livelli di occupazione tra persone con diverso livello educazione e competenza
  • Accentuazione delle differenze tra le varie fasce sociali

Sempre negli USA, dal diagramma qui sotto emerge come a fronte di un incremento del Profitto ottenuto dalle aziende per posto di lavoro e di un incremento del PIL, si assiste a una diminuzione del salario medio dei lavoratori americani.

In realtà, analizzando meglio i dati, (vedi diagramma seguente), si vede che a fronte di una riduzione del salario medio, si assiste in realtà a un incremento del reddito del primo 1% dei lavoratori.

Esemplare è il noto esempio e polemiche connesse per cui i compensi dei CEO delle grandi società o dei gruppi bancari, assicurativi e altri, sono passati da circa 7 volte il salario dei collaboratori, a oltre 300 volte.

Quali sono le attività a rischio?

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Esaminando il diagramma qui sotto, elaborato da Mc Kinsey, non si tratta esclusivamente di attività manuali, produttive, ma soprattutto si tratta di attività ripetitive: i lavori che sono stati automatizzati, sono stati quelli dove l’apporto dell’uomo in capacità cognitive e di gestione delle complessità e degli imprevisti, non sono indispensabili.

È più facile automatizzare una postazione di check-in in un aeroporto o una cassa di banca, che un lavoro di parrucchiere o giardiniere, almeno per il momento.

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Questo fenomeno globale ha già attivato un fenomeno di ripensamento circa la delocalizzazione dei siti produttivi in aree a basso costo del lavoro, a favore di revisione dei cicli produttivi e delle organizzazioni produttive volte a una maggiore efficienza, spesso riportando quindi i siti produttivi dove l’efficienza potesse essere più facilmente ottenuta, per disponibilità di competenze e infrastrutture, anche a fronte di aumento del costo del lavoro, che in questo schema, oltre a essere ridimensionato nei fatti, è anche più facilmente assorbibile dal rendimento globale ottenuto.

E ancora, quindi, anche con questa tendenza, si agisce ampliando la forbice anche tra le aree sviluppate, dove sono concentrati i consumi e gli sviluppi economici e la disponibilità di accesso agli strumenti di innovazione tecnologica, e quelle meno sviluppate, che dopo essere state colonizzate, rischiano di vedere chiudere i siti produttivi delle grandi imprese globalizzatrici.

Ulteriore elemento di ineguaglianza che si è venuta a creare è quella tra il CAPITALE e il LAVORO: in un contesto dove l’efficienza delle attività produttive e il loro rendimento può essere aumentato grazie all’automazione progressiva, a fronte di una riduzione del costo del lavoro, amplifica in grande misura il divario.

Il Capitale genera posizione sempre più dominante, sia per la possibilità di investire in sempre più automazione, con creazione di sempre maggior profitto, sia per le rendite generate sul piano finanziario.

Chi invece dispone solo della propria attività di lavoro, rischia di trovarsi in una posizione sempre più debole.

La concentrazione di Capitali porta quindi a sempre maggiori concentrazioni di ricchezza e di benessere, a favore di pochi e a sfavore di molti.

Le differenze sociali creano malcontento e disagio sociale, che può facilmente radicalizzarsi in forme di protesta incongrue e recessive, che generano le varie forme di populismo a cui assistiamo ormai a livello globale e provocano una minor resistenza verso fenomeni di radicalizzazione estrema, siano di tipo politico o religioso. 

Da non dimenticare, poi che l’eccessiva concentrazione della ricchezza a sfavore di una larga e crescente fascia di società, ha un effetto deprimente sulla domanda, rischiando così per il benessere di pochi, un effetto globale di depressione e regressione delle condizioni di benessere.

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Un aneddoto:

Henry Ford II, CEO della Ford, visitava uno dei moderni stabilimenti di produzione in compagnia di Walter Reuther, presidente della UAW (sindacato dei lavoratori automobilistici) e facendogli vedere i robot in operazione, gli diceva “Walter, how are you going to get these robots to pay UAW dues?”, al che Reuther rispose: “Henry, how are you going to get them to buy your cars?”

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About Author

Angelo Diego Bertini

Dirigente in aziende manifatturiere di beni strumentali dal 1992. Analisi, strategia, capacità di esecuzione, team building sono le connotazioni professionali caratterizzanti. Specialità e passione nella Innovazione di prodotto e processo, anche con impiego delle tecnologie digitali abilitanti. Ha partecipato a diverse operazioni di M&A e cambio di proprietà, supportando i processi di cambiamento delle organizzazioni e del loro posizionamento e maturando competenze economico finanziarie per la gestione di operazioni straordinarie. Socio fondatore e CEO di Devenio srls, società di consulenza manageriale.